Gandhi, la Grande Anima

Mohandas Karamchand Gandhi era nato nel 1869 a Portbandar (Gujarat), da un’agiata famiglia indù appartenente alla casta dei mercanti. Ma dopo aver conosciuto la miseria di tanta parte del suo popolo, volle indossare solo una fascia intorno ai fianchi, e si presentava così, nudo come un fachiro, anche agli incontri ufficiali con le autorità britanniche. Oppure si avvolgeva addosso un panno di cotone bianco che lui stesso aveva filato. Calzava sandali di legno o andava scalzo. Portava occhiali rotondi e non sostituiva i denti che gli cadevano proprio come agli indiani poveri che non potevano permettersi una dentiera. Anche il suo aspetto fisico non era gradevole: piccolo di statura, magrissimo, calvo, labbro inferiore sporgente sotto i baffi incollati alla bocca sdentata. Era bruttissimo eppure la sua personalità esercitava un fascino straordinario.
Gandhi era ed è tutt’ora oggi l’uomo simbolo della non violenza. La resistenza non violenta da lui predicata, sotto il nome di <<satyagraha>>, non è una semplice resistenza passiva, ma comporta un’azione positiva: l’insistenza della verità sostenuta dalla forza dell’amore. La resistenza non violenta fu sperimentata per la prima volta, e con successo, da Gandhi nel Sudafrica (1893-1914). Vi si era recato per motivi connessi alla sua professione di avvocato, e decise di rimanervi per difendere i diritti degli indiani immigrati e lottare contro la segregazione razziale (apartheid) imposta dai colonizzatori bianchi. Il più grande risultato da lui conseguito fu la liberazione quasi incruenta del suo Paese dalla dominazione britannica. La lotta per l’autonomia e poi per l’indipendenza dell’India, durata circa un trentennio (1919-1947), si attuò dapprima mediante la non cooperazione con le autorità coloniali, consistente nella non partecipazione agli uffici pubblici e nella rinuncia di acquistare prodotti dalla Gran Bretagna. E se questi attraversavano l’India coi treni erano pronti a morire, sdraiati sui binari pur di far valere la loro volontà.

Il digiuno fu uno degli strumenti preferiti dal Mahatma ed i britannici temevano che se lui fosse morto di fame, gli indiani avrebbero scatenato una rivoluzione violenta: perciò erano costretti a dare delle concessioni. Particolarmente memorabile è il digiuno di 145 ore compiuto da Gandhi in carcere nel 1932, che stava per portarlo alla morte e che valse a strappare ai britannici, contro l’opposizione degli indù appartenenti alle caste, il riconoscimento della parità dei diritti per gli “intoccabili”, da lui chiamati harijan, creature di Dio.
Veniva chiamato dai suoi connazionali Mahatma che significa la Grande Anima. Questo titolo in India veniva dato ai maggiori capi spirituali. Il motivo? Semplice, ha dedicato la sua intera vita per gli ideali di amore e giustizia, ma lui non era da solo perché poteva contare sulla fede in Dio.
Si definiva un ricercatore della vita e credeva in una religione universale e come amava dire lui: <<Le religioni, non sono, in fondo, che incarnazioni dell’unica Verità. Non c’è che un albero, ma con molti rami>>. Tuttavia si mantenne fedele alla sua religione d’origine, l’induismo: si ritrovava meglio rispetto alle altre religioni perché dava importanza a tutti gli esseri animati ed è per questa ragione che fu vegetariano. Si batté per il superamento dei pregiudizi di classe sociale, di razza e di religione, assai radicati nel popolo indiano. Era contro i matrimoni tra bambini, anche per un fatto personale dato che i suoi genitori presero la decisione di farlo sposare a 13 anni.
Gandhi diceva che il segreto della non-violenza lo apprese dalle pagine del Vangelo, soprattutto nel discorso della Montagna di Gesù: <<Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché verranno saziati>>. Riguardo alla celebre frase di vendetta “Occhio per occhio, dente per dente” lui la pensava in modo diverso da qualunque persona difatti lui consigliava di non opporsi al malvagio, di porgere l’altra guancia se si è preso uno schiaffo in faccia e di amare i nemici e pregare per coloro che vogliono il nostro male.
E’ morto all’età di 78 anni ucciso da Nathuram Godse, un giovane fanatico indù che gli sparò tre colpi di pistola da vicino, sotto gli occhi di una folla sgomenta. E prima di morire con le braccia al cielo disse Hé Rama! (Mio Dio!).

 FONTI: 

Lorenzo Carvelli e Davide Santi