Le Staffette Partigiane

Il contributo alla Resistenza da parte delle donne, soprattutto nel nord Italia, è stato diffuso e sostanziale.

Molte le donne impegnate nel Soccorso Rosso, molte le combattenti, le madri di famiglia che nascondono, sfamano e curano sbandati e partigiani nelle cosiddette case di latitanza.

Il ruolo che tuttavia ha impegnato maggiormente le donne, e il più ricordato dalla storiografia, è quello della staffetta.

Le Staffette non erano armate e per questo il loro compito era molto pericoloso. Il loro obiettivo era quello di passare inosservate: infatti erano vestite in modo comune, ma con una borsa con doppio fondo, per nascondere tutto ciò che dovevano trasportare. Al
tri collegamenti che si rivelarono indispensabili sin dagli inizi della guerriglia erano quelli che tenevano le staffette tra città e montagna. Specie nei momenti più difficili, le staffette recuperavano e mettevano in salvo molti feriti e sbandati e ripristinavano quasi tutti i collegamenti che l’operazione nemica aveva interrotto.

Percorrevano chilometri in bicicletta, a piedi, talvolta in corriera e in camion, pigiate in un treno insieme al bestiame, per portare notizie, trasportare armi e munizioni, sotto la pioggia e il vento, tra i bombardamenti e i mitragliamenti, con il pericolo ogni volta di cadere nelle mani dei nazifascisti.

Durante gli spostamenti, erano sempre in prima linea: quando l’unità partigiana arrivava in prossimità di un centro abitato, era la staffetta che per prima entrava in paese per assicurarsi che non vi fossero nemici e dare il via libera ai partigiani, per proseguire nella loro avanzata.

Queste patriote portano ordini, volantini, armi, vivercarla-capponii venendo spesso perquisite ai posti di blocco e viaggiando di notte per essere a casa e al lavoro in tempo – spesso nemmeno i familiari sanno dell’impegno delle loro figlie, mogli, sorelle.

 

«Partigiana volontaria ascriveva a sé l’onore delle più eroiche imprese nella caccia senza quartiere che il suo gruppo d’avanguardia dava al nemico annidato nella cerchia dell’abitato della città di Roma. Con le armi in pugno, prima fra le prime, partecipava a decine di azioni distinguendosi in modo superbo per la fredda decisione contro l’avversario e per spirito di sacrificio verso i compagni in pericolo. Nominata vice comandante di una formazione partigiana guidava audacemente i compagni nella lotta cruenta, sgominando ovunque il nemico e destando attonito stupore nel popolo ammirato da tanto ardimento. Ammalatasi di grave morbo contratto nella dura vita partigiana, non volle desistere nella sua azione fino a fondo impegnata per il riscatto delle concusse libertà. Mirabile esempio di civili e militari virtù del tutto degna delle tradizioni di eroismo femminile del Risorgimento italiano.»

— Roma, 8 settembre 1943 – 6 giugno 1944.