Giovanni Salvatore Augusto Falcone (Palermo, 18 maggio 1939 – Palermo, 23 maggio 1992) è stato un magistrato italiano. Fu assassinato con la moglie Francesca Morvillo e tre uomini della scorta nella strage di Capaci per opera di Cosa Nostra.

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Nato a Torino il 10 giugno 1920, fu impiccato a Cuorgnè (Torino) il 5 febbraio 1945.

Per la sua attività “sovversiva” fu espulso dal Liceo scientifico Cassini che frequentava a Genova e dovette continuare privatamente gli studi. Seguiva i corsi di chimica quando conobbe Giacomo Buranello, altro studente antifascista. Con lui fu arrestato nel 1942 e deportato al Tribunale Speciale, tornò in libertà il 25 luglio del 1943. Dopo l’8 settembre con il nome di battaglia di “Gennaio”, Fillak entrò con Buranello nei G.A.P. di Genova, li ricopre l’ incarico di commissario politico della III Brigata Garibaldi Ligure. Quando la Brigata dopo un violento attacco delle truppe tedesche Fillak si disperde, dopo molte peripezie (avventure) raggiunse la valle D’Aosta. Con lo pseudonimo di Martin comanda la LXXVI Brigata Garibaldi che ha tra le suo zone d’operazione anche il Biellese e il Canavesano. Con i suoi uomini Fillak – che ebbe a teorizzare che, “salvo imprevisti”, la guerriglia può risultare vincente, se i reparti partigiani in armi sono compatti – partecipò con successo a molti scontri contro i tedeschi e le forze armate della R.S.I. Una delazione, cioè un tragico imprevisto, portò Martin alla morte. Nei pressi di Ivrea Fillak e l’intero comando Partigiano, salvo il vicecomandante che si era allontanato per assolvere ad un incarico, caddero in mano ai Nazisti. Portato a Cuorgnè e processato dal locale comando tedesco, fu condannato a morte. Quando gli fu concesso di mandare una lettera di addio al padre e alla madre Walter scrisse: “per disgraziate circostanze sono caduto prigioniero dei tedeschi, quasi sicuramente sarò fucilato, ma sono tranquillo e sereno perché sono pienamente consapevole d’avere fatto tutto il mio dovere d’italiano e di comunista”. Fillak non fu fucilato ma impiccato lungo la strada di Alpette, spezzandosi il cappio durante l’esecuzione i tedeschi la ripeterono con estrema crudeltà.

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